Mercati ed inflazione

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin

Analisi a cura di

Il primo semestre dell’anno è trascorso e la maggior parte degli indici di borsa ha messo a segno performance

positive a doppia cifra. In sei mesi abbiamo visto nuovi massimi sui listini statunitensi quali Dow Jones Industrial, Nasdaq e S&P500, su alcuni europei, come il tedesco DAX ed il francese CAC40. Anche il nostro Swiss Market Index (SMI) ha superato per la prima volta i 12’000 punti. Era il 17 giugno. Fra i venti titoli che compongono lo SMI, la metà circa, come l’indice stesso, fanno registrare incrementi di prezzo a due cifre. Fra i top tre si posizionano Richemont, Partners Group e Swatch. Fanalino di coda con segno nettamente negativo, troviamo Credit Suisse. Dopo i record raggiunti, gli investitori cominciano quindi a porsi delle domande su quali siano i margini di rialzo. Se guardiamo a quanto sta succedendo a livello mondiale, notiamo che la congiuntura è in netta ripresa grazie in particolare alle campagne vaccinali che hanno permesso di tornare con gradualità ad una vita sociale e lavorativa. Nel primo trimestre, i risultati societari hanno superato “le più rosee previsioni”. In queste prime settimane di luglio, sono iniziate le pubblicazioni aziendali relative al secondo trimestre. In questo primo semestre abbiamo quindi osservato la riapertura delle economie ed una   volatilità azionaria scesa ai livelli più bassi dall’inizio della pandemia. La grande discussione degli esperti oggi verte su un effetto collaterale della ripresa economica: l’inflazione. Negli Stati Uniti, l’indice dei prezzi al consumo di giugno ha toccato dei massimi che non si vedevano da trent’anni; un +5,4% che ha superato il +4.9% previsto dal consenso di mercato. E’ vero che buona parte dell’inflazione è dovuta all’incremento del 24.5% dei prezzi dell’energia, ma pur depurandola di alimentari ed energia, l’inflazione è stata del 4.5%, l’incremento più veloce dal 1991. Sappiamo che fra i compiti delle banche centrali vi è quello di sorvegliare l’andamento dei prezzi. La Federal Reserve (FED) ripete ormai da mesi che l’inflazione è solo temporanea e causata in particolare da quei beni e servizi che sono stati fortemente impattati dalla pandemia. Non si ha inoltre un aumento degli stipendi e dei prezzi sugli immobili tale da condurre la FED ad un cambiamento di politica monetaria. Per gli addetti ai lavori, fino a quando l’inflazione attesa dal mercato non supererà il 3% in modo stabile (oggi siamo attorno al 2.40%), la FED continuerà con la sua politica espansiva per assicurare una ripresa forte. E la Svizzera quanto è a rischio inflazione? Il prezzo di quasi tutte le materie prime è al di sopra dei livelli pre-pandemia. Questi aumenti non interessano solo le grandi aziende ma anche i consumatori. Per esempio nell’ambito dei mobili alcuni prodotti sono diventati più cari del 50% rispetto solo a due mesi fa a causa dei prezzi su alcuni tipi di legno e altri elementi che vanno dalle maniglie ai cardini. Inoltre con consegne in ritardo e incomplete, i costi potrebbero salire. La Banca nazionale svizzera (BNS), a metà giugno ha però deciso di mantenere i tassi guida negativi a -0.75% perché la ripresa dell’economia e dell’inflazione non sono tali da farle cambiare politica. Come per la FED, anche per il centro di ricerche congiunturali del Politecnico di Zurigo (KOF) “i timori per l’inflazione sono esagerati, in quanto i prezzi delle materie prime stanno semplicemente rimbalzando dopo una profonda recessione”. Le previsioni sul tasso d’inflazione in Svizzera per il 2021 puntano a +0,40%. Ricordiamo che un’inflazione poco sotto al 2% è ritenuta dagli economisti un segnale positivo di crescita. Il KOF indica che” i timori sorgono quando il prezzo delle merci, combinato ad aumenti salariali, si surriscalda, ma attualmente non vi sono segnali di questo tipo nella nostra economia.” Qualcosa comunque è ora cambiato nel tono della FED e nella politica monetaria cinese; la prima è molto attenta ai prezzi, la seconda è più prociclica. Gli attori di mercato prevedono dunque rendimenti più alti per la fine dell’anno e forti crescite degli utili societari. In queste ultime settimane, complice la ripresa dei contagi Covid ed i volumi bassi estivi, i mercati azionari e delle materie prime hanno corretto al ribasso ed i rendimenti statali sono scesi. Si tratta di una battuta d’arresto in un contesto che in previsione della fine dell’anno rimane rialzista.

Fabrizio Marcon, L’Informatore, 23.07.21

Questo sito utilizza cookie tecnici e statistici in forma anonima, anche di terze parti. Per saperne di più o negare il consenso a tutti o alcuni cookie leggi l'informativa facendo click sul pulsante Privacy Policy. Continuando la navigazione acconsenti all'utilizzo dei cookie