2019, l’anno dei record

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Analisi a cura di

Nel nostro articolo d’inizio anno avevamo scritto della “passeggiata casuale” di Malkiel. Questi afferma che: “una scimmia con gli occhi bendati che lancia freccette su una lista di titoli azionari è capace di creare un portafoglio performante come quello creato da un esperto”. Non ritorniamo sulla bontà della teoria, però estrapolando, confermiamo, con il senno del poi, che quest’anno anche un investimento casuale fatto su 4 delle 5 classi d’investimento avrebbe avuto un risultato positivo.

Negli ultimi 35 anni è la prima volta che la performance di azioni, obbligazioni, oro e petrolio è positiva contemporaneamente per tutte le quattro classi. Questo non è un fatto scontato perché la correlazione fra azioni ed obbligazioni è negativa (si guadagna su una e si perde sull’altra) ed è stata positiva solo quest’anno e nel 1995. Il 2019 è un anno dei record ma l’investitore in CHF che avesse optato solo per la quinta classe d’investimento, la liquidità, avrebbe perso denaro. Infatti il classico conto corrente genera ad oggi solo spese e zero interessi (o addirittura interessi negativi). In novembre tutti i listini europei e statunitensi hanno continuato la loro corsa verso nuove vette. Poca spinta l’hanno avuta invece l’indice inglese, l’MSCI World e l’MSCI Emerging Market. Il mese appena iniziato statisticamente è di stabilità per le borse (nel 2018 non fu così).

E’ pur vero che la firma della “Fase 1” dell’accordo commerciale sino-statunitense, prevista nella seconda quindicina del mese, le tensioni in Hong Kong e le votazioni in Inghilterra rappresentano sempre una spada di Damocle sulle contrattazioni. Le principali borse hanno la volatilità ai minimi storici e per qualche osservatore questo è un indizio di fragilità. Alcuni listini hanno superato nuovi record a fine novembre e quindi delle prese di beneficio diventano fisiologiche. Attenzione quindi agli allarmismi eccessivi, al canto delle sirene, alle cassandre, ai pessimisti cronici, agli Armageddonisti, insomma a tutte quelle specie di gufi che ci ammorbano con previsioni di crisi ormai alla porta. Pensare di ridurre il rischio dei propri investimenti per esempio vendendo azioni ed acquistando obbligazioni o lasciando il realizzato in liquidità, sul lungo termine non rende! La prova?

Un’analisi del Wall Street Journal ce lo dimostra. Semplificando: se, prima dello scoppio della crisi del 2008, diciamo dall’1/1/2007 avessimo investito nello SMI, oggi avremmo realizzato un +19.43% (+15.12% in obbligazioni). Se avessimo investito invece dopo il crash di borsa del 2007/2008 con l’inizio della ripresa dall’1/3/2009 ad oggi, questo è il risultato: SMI +136.43% e obbligazionario +15,71%. La storia finanziaria ci insegna che quel che conta non è il bubolare dei gufi ma solo verificare il proprio profilo di rischio. Buone Feste! 

Fabrizio Marcon, L’Informatore, 06.12.19

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